Diary entries forUntil the End of the World
Until the End of the World
Damn, i was born in the wrong side of 1999.
Until the End of the World
Director’s Cut Fino alla fine del mondo è il seme di una follia coltivata per molto tempo e che Wenders è riuscito a far sbocciare soltanto diversi anni dopo. Una bizzarra opera-mondo che si svela virtuosamente mentre il narratore, nonché uno dei personaggi principali, scrive proprio il film (non a caso rigorosamente a macchina) che scorre sullo schermo. È il 1999 (ultimo anno del millennio anche questa non una casualità) di una realtà pseudo futuristica, un satellite nucleare in avaria ormai fuori controllo minaccia il pianeta Terra. In realtà questo è quello che potremmo definire un macguffin o almeno non è rilevante per due terzi del film. È un film non semplice da commentare e da raccontare: la sensazione è quella di viaggiare senza mappa e senza un reale perché, un'esperienza magnetica a volte esasperante e sconclusionata, meno calda e intima di Paris, Texas ma non per questo meno profonda. Fino alla fine del mondo è pura magia cinematografica, è una Danza intorno al pianeta, un fluire verso luoghi (e di lingue) che si avvicendano accompagnati da una colonna sonora iconica e “futuristica”. Comincia come uno strambo road movie intrapreso dalla laguna veneziana, fuga di un cuore spezzato. Nel sud della Francia si tinge di noir e commedia, diventa un inseguimento da una capitale europea all'altra tra il romantico e il misterioso, da Mosca all’estremo Oriente più tradizionale muovendosi fino alle metropoli americane e poi al centro Australia tra il filosofico e l'apocalittico. Una volta sbarcati il film diviene più statico e tra deserti e paesaggi immaginifichi emerge il lato più riflessivo ed esistenziale. Proprio nel cuore del continente oceanico (dal quale Wenders ebbe l'ispirazione), si comincia a sentire il peso della portata del film, alleggerito ed approfondito allo stesso tempo da splendidi e suggestivi campi lunghi e lunghissimi che incorniciano paesaggi sconfinati nei quali perdersi. Dopo un frenetico tour de force tra paesaggi urbani del Vecchio e Nuovo Continente, Wenders ci porta nel cuore della grande isola australiana, un luogo non contaminato dall’impronta dell’uomo moderno, a contatto con una tribù di aborigeni. Qui Wenders invita alla calma, rallenta il tempo della storia per dar modo di esplorare i rapporti umani, l’amore, la vastità della natura, tramonti, vento, notti stellate, arcobaleni; a cantare, narrare storie, ascoltare il suono del tradizionale didgeridoo, uno strumento musicale a fiato di legno fatto a mano (non a caso neanche questo). È un progetto bigger than life. Può stancare nella versione intera di quasi cinque ore (quella leggittimata dall'autore), soprattutto quando il minutaggio comincia a farsi importante, il ritmo cadenzato del viaggio si dilata e apre spazio a scenari contemplativi più distesi e pacati. Poi successivamente vira verso il pretesto fantascientifico, che come si ha modo di scoprire alla fine del primo atto in realtà non è nemmeno la fantomatica minaccia nucleare ma un aggeggio futuristico creato per raccogliere immagini in giro per il mondo “per l’amore della madre” non vedente. Nella parte in cui si scioglie la sostanza dell’epopea senza eroi, il sopracitato registratore e visore di immagini, che all'utilizzo causa dolore quando non cecità, viene tramutato in breve tempo in un proiettore di sogni. Ognuno vi può proiettare i propri sogni più dimenticati, sogni innocenti di infanzia, quei sogni figli di una mente che cancella non appena si è desti. Un dono creato con le più buone intenzioni viene manipolato e riciclato in uno strumento pericoloso, naturalmente l’uomo spesso non conosce misura e per ragioni che non è dato sapere perde il controllo delle sue stesse creazioni. Il visore si tramuta in un qualcosa di incontrollabile dal quale anzi il soggetto è controllato attraverso sogni e le immagini di questi sogni che proietta. L’ultimo atto si consuma in un’ossessione distruttiva al pari di una droga, un buco nero dal quale si viene assorbiti e nel quale ci si isola, si perde contatto con la realtà e ci si “stacca da sé stessi.” Per citare Wenders: “quando un'immagine è troppo piena o quando le immagini sono troppe non si vede più niente.” “Even with my eyes wide open I can’t see anything.” Il limite del raggio visivo interrotto dallo schermo e l’ambiente chiuso e macchinoso dai toni freddi e cupi del laboratorio nel quale si mette a punto la creazione, si contrappongono a una natura che si estende a perdita d’occhio — “creare spazi liberi per conservare il vuoto” — al cielo azzurro luminoso, ai colori accesi della natura e al suolo calda e sabbioso del deserto. Si solleva quindi il nodo centrale del discorso: la deriva dell’immagine e il culto di essa nella sua forma di surplus accecante che allontana dalla realtà. Riflessione avanzata ben oltre 30 anni (in realtà di più dato che il progetto fu ideato alla fine degli anni ‘70) prima del bombardamento di immagini che subisce oggi l’essere umano medio e a cui si sottopone con screening time ipnotici preoccupanti. La liberazione e la disintossicazione/presa di coscienza della protagonista avviene proprio leggendo il manoscritto che narra esattamente quello che abbiamo visto. Lo scrittore/narratore ha adagiato i fogli accanto alla donna esausta dall’ “astinenza.” Per contrastare il forte vento ed evitare che i fogli volino via vi ha posto sopra una grossa pietra, un gesto non casuale. Il potere curativo dell'arte della parola libera dalla trance da sovrabbondanza di stimoli visvi e si torna alla realtà vera e non filtrata, se non dallo sguardo della mente e dal cuore di chi vede. L’altro ispirato dal paesaggio che lo circonda, dipinge a mano libera una pietra dai colori terrosi disegnata naturalmente senza strumenti e contaminazioni digitali. Il satellite vagante avrebbe potuto essere la pietra tombale di quella civiltà e mi viene da dire che è proprio da una pietra che ricomincia un nuovo corso. La danza è finita e ognuno va per la sua strada. La voce narrante e la scrittura simultanea del romanzo non sono scelte casuali: Wenders è convinto che la narrazione scritta di storie e letteratura rimane, nell'era del flusso visivo incessante la parola è l'ultimo baluardo del senso, della memoria e lo sarà fino alla fine del mondo.
Until the End of the World
Criterion Spine #1007 Cinematic masterpiece. I think this is some of the best use of landscapes in cinematography ever, most evident especially on disc one. It feels like I’m in a whole entire world, with shots so deep, contrasty, and saturated like Paris, Texas. It was so engaging. I can imagine the theatrical version is much worse than this. I was kind of reminded of On the Silver Globe in the sense that at times you don’t really pay too much mind to the plot points, you just enjoy the ride, become engulfed in the journey, and appreciate the film’s direction. I think this was so prophetic in regard to technological advances today, and the scene where Edith Farber is seeing for the first time due to these advances was so beautiful. It is also prophetic in its idea of human longing and adventure, it is like everyone gave up a bit of pride to follow along on this journey and see this thing through, and it was a chain reaction representing the measures you would take for someone you love, Eugene for Claire, Claire for Sam, Sam for his parents. And in the most unusual circumstances everyone is enjoying themselves, lmao this is lowkey just life but also deconstruction, slowly losing themselves for this and for eachother; Prophetic of the future. I am glad I got to see the director’s cut. Ever since the Żuławski incident with OTSG I hate to see a director, especially one as talented as Wenders, not be able to produce a film as beautiful as this in its entirety.